Dalle dichiarazioni rilasciate da Unione Europea, Gran Bretagna, NATO, Turchia, Canada, Norvegia e Ucraina nel summit che si è svolto domenica 2 marzo a Londra si può trarre la misura del cambiamento che l'Europa, suo malgrado, sta sperimentando. Tutte le voci si sono ritrovate concordi intorno all'obiettivo di ottenere "la pace attraverso la forza". Messa in evidenza al primo punto dei risultati del summit, questa affermazione merita dunque particolare attenzione.
Perché, se può apparire scontata sulla bocca di Trump, per come ormai si è fatto conoscere dal mondo intero, nel caso dell'Europa esige qualche precisazione in più.
L'Europa, nata dalle macerie della guerra, aveva da subito rinnegato il c.d. hard power, la forza militare a protezione, dissuasione e promozione della propria identità sulla scena globale. Complice anche il '68, ai cannoni si sono preferiti i fiori, e indubbiamente l'Europa ha esercitato verso il resto del mondo quasi un'irresistibile attrazione: per i propri valori, per un modello sociale solidale, per la libertà concessa ad ogni forma di espressione e di identità. Si chiamava soft power ed aveva nella diplomazia economica, culturale e scientifica il suo apice.
E' triste l'Europa costretta a riarmarsi. E' triste anche se i posti di lavoro, è stato detto, saranno riconvertiti nell'industria della difesa. E' triste perché comunque verranno sottratte risorse alla cura del povero fiore avventuratosi tra le fauci del cannone. Il rapporto pubblicato ieri dall'Agenzia europea dell'Ambiente ci dice che, nonostante gli sforzi in tempi non critici, i livelli di inquinamento restano ancora troppo elevati. E l'obiettivo temporale di zero inquinamento al 2030 fa ingresso nell'olimpo della mitologia europea, al fianco della strategia di Lisbona del 2000, che prometteva entro dieci anni di rendere l'Europa l'economia più competitiva a livello globale.
Colpa di Trump? Forse.
Oppure è colpa di un'inevitabile spirale regolamentatoria, che ha preso il sopravvento per l'assenza di un'autentica integrazione a livello politico e soprattutto sociale, e che, pure con i suoi risvolti troppo onerosi, ha fatto comunque da collante tra 27 paesi sempre sull'orlo di una crisi di identità.
Ora è il tempo di agire, sentiamo ripetere in questi giorni dai vertici europei. Ma, smantellare in fretta il giogo dell'eurocrazia, giungendo fino a ipotizzare la conversione verso la produzione di armi dei fondi destinati alla coesione europea, che si è sempre fondata sul principio di solidarietà tra aree a diversa velocità di crescita, nasconde un grande pericolo: che in Europa alcuni stati siano più rapidi ed efficaci nella corsa al riarmo; e finiscano per acquisire una posizione egemonica.
Un film forse già visto...?
CLS