E' difficile immaginare il futuro dell'Europa, solo qualche anno fa con grande risonanza venne convocata un'apposita Conferenza, protrattasi diversi mesi, per dibattere su larga scala del grande tema che da sempre accompagna il processo di integrazione europea: dove vogliamo andare a parare?
Le nobili intenzioni sono state la prerogativa di quel tentativo, che pure sotto il primo mandato di Ursula von der Leyen, seppe reggere il confronto con un evento travolgente quale la pandemia Covid, ed anzi trarre proprio da quell'esperienza drammatica nuovo slancio per andare avanti.
In quale direzione?
Oggi l'Europa assomiglia ad una sfera di cristallo che rotola su una lastra di ghiaccio. Cerca di intravedere il proprio futuro, ma intanto si accorge che le impronte del suo faticoso e testardo procedere non hanno presa su un terreno troppo ostile. A questo punto comprende che deve rafforzarsi, e che da qualche parte si deve pur iniziare.
Per restare nella metafora dei giochi olimpici, accade che qualcuno sia tentato da sciare fuori pista, esplorare nuove vie, magari da solo o in stretta compagnia. Non perchè gli altri non sappiano sciare, ma perchè lui scia meglio.
Il vertice informale di ieri ha avuto una genesi travagliata, in quanto sebbene previsto e voluto da Antonio Costa, ha subito in corso di preparazione bruschi cambi di agenda, dopo che la paventata invasione della Groenlandia, con tanto di minacciata raffica di dazi da parte di Trump, non si è più avverata. A quel punto, rimasto in paziente attesa in mezzo al convulso agitarsi delle cancellerie europee, una volta tornata la calma si è rifatto avanti il solito dilemma dei dilemmi dell'Europa in crisi: come tornare ad essere, se mai lo siamo stati, i primi della classe dopo essere stati spintonati in malo modo in seconda fila.
E dunque, ecco ricomparire le figure simbolo di un possibile nuovo corso, Mario Draghi ed Enrico Letta. Ma ogni discorso sfuma, e resta la sostanza di una sorta di resa dei conti tra stati membri, tra simpatie inaspettate, diffidenze reciproche e interessi incrociati. Il tutto prodromico forse al protagonismo sfrenato delle leadership nazionali a scapito del ruolo delle istituzioni europee. Tra nuove alleanze, semplificazione di regole e norme, sogni trasversali di cooperazioni che non sono rafforzate, ma smagrite rispetto alle vere necessità, l'Europa si allontana delusa da sè stessa.
Era inevitabile, dicono in tanti, ma in questo modo si trasmette un segnale ben chiaro al resto del mondo: siamo pronti a qualunque compromesso, se ad alcuni non va giù, ci saranno altri pronti a farlo. Ancora una volta lo slamcio in avanti si compie, ma non facendo leva sui principi di appartenenza e bene comune.
Perché se è vero che tutti sembrano d'accordo sul completamento del mercato unico, sono le leve strategiche dello sviluppo e della competitività che si vorrebbe passassero di nuovo nelle mani dei governi. Il grande sconfitto in questo gioco pericoloso delle tre carte è il Parlamento europeo. Che tuttavia, prima che le carte vengano calate tutte sul tavolo, è facile immaginare che ci proverà in tutti i modi a rovescare financo il tavolo.
CLS