Va riconosciuto all’Europa di Ursula von der Leyen il merito di aver compreso che le parole possono incidere sulle modalità concrete di azione e di relazione, non come una veste neutrale di un messaggio sostanziale, ma come vettore in sé di un messaggio.
E’ quanto si apprezza in una recente iniziativa lanciata dalla Commissione Europea , e di cui ancora non si possono intravedere gli effetti perché non è stato reso noto il piano d’azione, atteso per il mese di marzo.
Stiamo parlando del futuro quadro delle relazioni con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, la cui visione trasmette il senso di una ricercata centralità delle persone, a cominciare dall’uso dell’espressione “Patto per il Mediterraneo”, che da subito evoca l’incontro, il dialogo e la stretta di mano per un’intesa che offra ad entrambi un vantaggio.
Il Patto per il Mediterraneo, presentato lo scorso 28 novembre a Barcellona come il seguito e l’evoluzione del processo di confronto e di collaborazione noto appunto come processo di Barcellona, permette di creare un spazio di appartenenza che, sulle fondamenta millenarie delle culture e delle religioni da cui ha preso origine l’occidente per come lo conosciamo oggi, scriva un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra le due sponde del Mediterraneo, che testimoni la volontà di andare oltre l’epoca buia del colonialismo ed il suo retaggio di rabbia e risentimento.
E’ giunto il tempo di farlo, ma proprio questo tempo, che voleva essere carico di promesse e speranze, si colloca in un frangente della storia quanto mai complesso e solcato dal pulsioni autoritarie e spirito bellicista.
Il Patto per il Mediterraneo si propone di promuovere la collaborazione tra paesi UE e dieci paesi partner del Medio Oriente e Nord Africa, con uno sguardo allargato sino a Turchia e paesi del Golfo, in tre aree: persone, economia e sicurezza. La prima volutamente insiste sull’attenzione che verrà riservata all’istruzione ed alla cultura come volani di reciproca crescita, annunciando anche la costituzione di un’Assemblea dei Giovani del Mediterraneo; una rivisitazione in chiave geografica dei dialoghi con i cittadini europei che già il Vice Presidente Timmermans, nella Commissione guidata da Junker, aveva voluto istituire per un’unione che si voleva attiva anche dal basso.
Ma è solo nella terza sezione, dopo aver toccato i temi dell’economia e dell’ambiente nella seconda, che la Commissione europea introduce la parola pace, e lo fa in un contesto, quello della sicurezza, che rischia di travisarne il senso; a lasciar intendere che la pace non è tanto il frutto di una prospettiva mediterranea con radici antiche quanto un concetto da porre in relazione con i piani di sicurezza in un’area geopolitica tra le più turbolente.
Si parla anche di sviluppare attività di peace mediation, lasciando però in sospeso un elemento fondamentale di un compito delicatissimo, che può essere svolto soltanto da chi ha ottenuto la fiducia di entrambe le parti.
Esattamente il contrario di quello che viene annunciato come il grande progetto di pace portato avanti dal mancato premio Nobel Donald Trump per la ricostruzione di Gaza, quel Board of Peace che tutto il mondo dovrebbe contribuire a far funzionare, meno che il popolo palestinese. Non un patto, ma un board appunto, più simile ad un comitato di affari incaricato di rimuovere macerie ed edificare nuove strutture urbane.
Ma la pace è un’altra cosa.
CLS