Prendendo spunto dal Rapporto Generale sulle attività dell'Unione Europea nel 2024, appena pubblicato dalla Commissione, vogliamo sviluppare alcuni punti di riflessione sull'interpretazione del nostro essere europei in un momento storico di riconversione identitaria. Avivene nel mondo, avviene in Europa.
Un anno breve il 2024, che ha visto sbiadire gli obiettivi faro della transizione digitale ed ecologica, surclassati dalle molteplici voci di protresta degli operatori economici, mentre si è reso impellente il processo di superamento del vecchio tabù identitario di incompatibilità con ogni rimando al tema della difesa militare.
Il rapporto vuole sottolineare come, pur in tempi difficili, il mercato unico ha rappresentato un sicuro successo, degno di essere perseguito anche nel futuro, in onore alla sua natura di perenne work in progress. Ma proprio a fine 2024 il rapporto Draghi ha messo in luce le carenze che l'economia europea sconta rispetto ai suoi competitor mondiali, addebitando buona parte della responsabilità proprio all'eccessiva regolamentazione da parte di Bruxelles.
Adesso il grande pericolo è dato dal principio inverso di un generale riarmo normativo da parte dei singoli stati membri, magari applicato anche al settore della difesa.
Ci sono tanti modi per incrinare una certezza, il primo fra tutti è che non debba necessariamente reggersi sul consenso unanime, non debba cioè essere frutto di un attento vaglio e affinamento nel confronto a più voci, ma nasca da estemporanee dinamiche nazionalistiche.
Su un punto, però, i paesi europei hanno trovato un accordo importante nel 2024: il contrasto all'immigrazione definita per se stessa illegale ( di fatto) e gli strumenti per mettere in atto tale contrasto; sicché uno dei maggiori traguardi raggiunti lo scorso anno è proprio quello di aver adottato il Patto su migrazione e asilo. Si dice che abbia una funzione anche di carattere ideologico, perché sul piano pratico le modalità di implementazione lasciano un po' a desiderare: l'obbligo di solidarietà non sarebbe tale se può essere prontamente convertito in un equivalente monetario, i cui tempi e modi di incasso sono tutti da vedere. Ma è bastato affermare il principio che l'Europa ha un'unica frontiera, per riscuotere il plauso di chi si sentiva abbandonato.
Il capitolo migranti resterà una pagina desolante del racconto dell'Europa, non certo ispirata ai valori dei padri fondatori, e proprio in questi giorni quel confuso intreccio di norme e regole d'ingaggio per il contrasto ai flussi migratori si arricchisce della sua degna appendice: lo sdoganamento morale delle deportazioni dei clandestini in centri di accoglienza, meglio di respingimento finale, ubicati in paesi extra UE.
Di questi tempi va così, in attesa di capire se la nuova paura della guerra, mai sperimentata prima dalle giovani generazioni europee, sarà pari in quanto a scadimento morale nella reazione da parte delle istituzioni europee, alla paura di questi ultimi anni dell'invasione di esseri umani in fuga dal terzo mondo.
CLS