La storia umana è fluida come la sabbia di una clessidra. Ad ogni apparente conclusione tutto ricomincia, affinché eterno sia l'affanno dell'uomo.
L'Europa ci ha abituati a condsiderarla come un procedere a velocità variabile verso una meta comune: l'integrazione. Ignorando, o ritenendo superata, l'alternanza delle stagioni umane. Due guerre in un secolo, premessa alla fondazione della nuova comunità europea, avrebbero suggerito ai padri fondatori la convinzione che l'amicizia tra i popoli europei non solo è superiore all'odio, ma vale una volta per sempre.
Dalla strategia di Lisbona lanciata nel 2000 all'Europa attuale che si appresta a smantellare i propri apparati regolatori per dare briglia sciolta alle imprese europee e si converte ad un'economia di guerra, in cui l'occupazione non deriva più dalla cura del pianeta, ma dalla sua potenziale distruzione, il racconto dell'Europa è talmente mutato e sovvertito che la mente evoca spontanea la mano invisibile della storia che ha capovolto ancora una volta la clessidra.
In questo nuovo contesto i cittadini europei fanno fatica ad orientarsi. Volti che non mutano mai espressione, o sempre cupi e aggressivi o sorridenti in maniera bislacca, assomugliano più a personaggi del circo che reali, e questo non aiuta a prendere coscienza della realtà e scegliere una direzione. Ci si muove nel surreale.
Dinanzi a tali scossoni l'Europa continuerà a fare quello che le è proprio per struttura: un movimento incessante dal basso di operose interazioni tra imprese, studenti, insegnanti, cienziati, artisti; e le voci dissonanti dall'alto, che per decidere si devono scomporre per mudulazioni affini.
Gli eventi legati alle guerre in Ucraiana e in Medio Oriente hanno fatto dimenticare che questo doveva essere anche l'anno delle grandi riforme istituzionali, per permettere alla UE di funzionare meglio. A tal fine fu lanciata nel 2020 la Conferenza sul futuro dell'Europa. Proprio quell'obiettivo sembra oggi irraggiungibile, perché non si possono gettare basi nuove di convivenza nel bel mezzo di un terremoto. Eppure, riprendere proprio oggi il dibattito sul futuro dell'Europa sarebbe di giovamento, anche solo per annunciare agli europei che forse, sì, siamo un continete che invecchia e rischia di perdere la memoria, e che dunque non bisogna mai dare per scontato ciò che si ha; e che fare il punto veramente di ciò che si ha, e che si potrebbe perdere, servirebbe a stimolare le giovani generazioni che credono il futuro irreversibile.
CLS