Tutto eccetto le armi

29/04/2026

Nello stato delle cose antecedente alla guerra in Ucraina, quando ancora agli europei nessuno li aveva tirati giù dal letto a suon di bombe, l’Europa nel momento in cui doveva stabilire relazioni commerciali preferenziali con i paesi in via di sviluppo si è sempre mantenuta fedela ad un principio che oggi suona bizzarro: tutto eccetto le armi. E continua a farlo.

Vuol dire che quando ad una nazione viene riconosciuta una preferenza commerciale, o altrimenti detta clausola della nazione più favorita, le viene accordata l’esenzione da dazi o restrizioni quantitative su tutti i beni che esporta verso l’Europa fuorché appunto le armi e le munizioni. 

Ieri questo regime preferenziale, che si riteneva potesse contribuire a far sì che ogni nazione, in cambio dei benefici commerciali, accettasse di buon grado di rispettare i diritti umani, è stato riformato dal Parlamento europeo, con larga maggioranza di voti, e suona leggermente diverso: alle trombe altisonanti dei diritti umani si è unito il controcanto della norma che prevede la sospensione della clausola di preferenza commerciale nel caso che il paese non collabori nel rimpatrio dei migranti irregolari.

In questo modo la clausola “tutto eccetto le armi”  si è di fatto tramutata, per adattarsi ai tempi moderni, in “tutto eccetto i migranti”.

E qui sta il senso della parabola attraversata nel giro di pochi anni da un'Europa ormai in preda alla sindrome dell’assediamento.

La politica dei dazi, reintrodotti laddove si credeva di averli eliminati, ha assunto in questi ultimi tempi il tono della beffa, nel momento in cui ad esserne colpiti sono stati proprio gli europei e ad opera di un paese considerato amico ed affidabile. In risposta l’Europa guarda altrove, anzi ovunque, e cerca di stabilire relazioni commerciali sempre più avanzate con nuovi e vecchi partner, come il Bangladesh, con cui ha appena rinnovato l'accordo in vigore dal 2001. Salvo ad incappare inevitabilmente nel paradosso che le merci sono preferibili alle persone, a meno che di queste non se ne possa valutare la potenziale utilità per il mercato del lavoro europeo.

Ora la domanda è: se vogliamo che l’intelligenza artificiale metta al centro la persona, affinché non s’imponga un ordine mondiale basato sugli algoritmi, cosa dobbiamo invece temere dalla contraddizione tutta europea tra vecchie glorie ideologiche e nuove incontrollabili paure? 

CLS

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Editoriale