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02/04/2025

Fuochi d'artificio sull'Europa

I cambiamenti avvengono nel frastuono  o nel silenzio. I secondi sono quelli che emergono dalle profondità di un lungo processo di metabolizzazione, per cui la novità affiora come sostanza nuova e leggera sul pelo dell'acqua. 

I primi irrompono preceduti da troppe parole, che riempiono spesso le orecchie di fonemi in libertà. 

L' Europa ha scelto da che parte stare: ha scelto di attendere e nel frattempo affilare le unghie. Così in rapida sequenza, sebbene non generate senza incubazione, ha adottato una triade di provvedimenti intesi a farne una fortezza non più solo nei confronti degli immigrati, ma di chi a ben altr orizzonti si staglia come una minaccia potenziale o imminente. E duqnue, ecco in sequenza il Libro bianco sul futuro della difesa, la Strategia sulla preparazione e la Strategia sulla sicurezza interna, un insieme di iniziative concentrate nell'arco di meno di un mese. 

E poi ci sono i fondi strutturali, bandiera per eccellenza del principio di solidarietà ma manche di sussidiarietà, che nell'era dell'onnipotenza di Caino viene prontamente riadattato alle nuove priorità e riconfigurato in senso centrale, perché le regioni ne frammenterebbero troppo la portata.

Il popolo dell'Europa, o almeno una parte di esso, si mobilita contro questa dottrina rumorosa di autodifesa ed invoca un'Europa di pace. Ma non sa, quel popolo, che la pace si costruisce nel silenzio del cuore e nella forza della testimonianza. Il pensiero cristiano oggi si rivolge all'Europa come un baluardo sì di pace, secondo l'insegnamento dei suoi grandi padri fondatori, ma sente la necessità d'incarnarsi nella cosceinza civile a partire non da proclami, ma da un impegno collettivo. Che vuol dire in ultima analisi un impegno politico.

Quanto sta accadendo oggi in Europa deve servire da crinale per esortare definitivamente le persone , di qualunque fede laica o religiosa, a uscire dall'indifferenza e scendere in campo: fare politica nel senso più alto e severo del termine. Da più parti in fatti s'invoca la necessità di una reale integrazione politica tra i 27 stati membri come asse portante di un modello di difesa comune basato sulla deterrenza, ma quel processo può avere inizio solo dall'impegno da subito di ogni cittadino in favore della casa comune europea. 

Gli strumenti ci sono, sin d'ora. E dato che Ursula von der Leyen ha più volte ripetuto che è tempo di agire, facciamo sì che ad agire non siano solo che dai cambiamenti si appresta a trarre il maggiore profitto.

CLS

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14/03/2025

Eppur si muove

Prendendo spunto dal Rapporto Generale sulle attività dell'Unione Europea nel 2024, appena pubblicato dalla Commissione, vogliamo sviluppare alcuni punti di riflessione sull'interpretazione del nostro essere europei in un momento storico di riconversione identitaria. Avivene nel mondo, avviene in Europa.

Un anno breve il 2024, che ha visto sbiadire gli obiettivi faro della transizione digitale ed ecologica, surclassati dalle molteplici voci di protresta degli operatori economici, mentre si è reso impellente il processo di superamento del vecchio tabù identitario di incompatibilità con ogni rimando al tema della difesa militare.

Il rapporto vuole sottolineare come, pur in tempi difficili, il mercato unico ha rappresentato un sicuro successo, degno di essere perseguito anche nel futuro, in onore alla sua natura di perenne work in progress. Ma proprio a fine 2024 il rapporto Draghi ha messo in luce le carenze che l'economia europea sconta rispetto ai suoi competitor mondiali, addebitando buona parte della responsabilità proprio all'eccessiva regolamentazione da parte di Bruxelles. 

Adesso il grande pericolo è dato dal principio inverso di un generale riarmo normativo da parte dei singoli stati membri, magari applicato anche al settore della difesa.

Ci sono tanti modi per incrinare una certezza, il primo fra tutti è che non debba necessariamente reggersi sul consenso unanime, non debba cioè essere frutto di un attento vaglio e affinamento nel confronto a più voci, ma nasca da estemporanee dinamiche nazionalistiche.

Su un punto, però, i paesi europei hanno trovato un accordo importante nel 2024: il contrasto all'immigrazione definita per se stessa illegale ( di fatto) e gli strumenti per mettere in atto tale contrasto; sicché uno dei maggiori traguardi raggiunti lo scorso anno è proprio quello di aver adottato il Patto su migrazione e asilo. Si dice che abbia una funzione anche di carattere ideologico, perché sul piano pratico le modalità di implementazione lasciano un po' a desiderare: l'obbligo di solidarietà non sarebbe tale se può essere prontamente convertito in un equivalente monetario, i cui tempi e modi di incasso sono tutti da vedere. Ma è bastato affermare il principio che l'Europa ha un'unica frontiera, per riscuotere il plauso di chi si sentiva abbandonato.

Il capitolo migranti resterà una pagina desolante del racconto dell'Europa, non certo ispirata ai valori dei padri fondatori, e proprio in questi giorni quel confuso intreccio di norme e regole d'ingaggio per il contrasto ai flussi migratori si arricchisce della sua degna appendice: lo sdoganamento morale delle deportazioni dei clandestini in centri di accoglienza, meglio di respingimento finale, ubicati in paesi extra UE.

Di questi tempi va così, in attesa di capire se la nuova paura della guerra, mai sperimentata prima dalle giovani generazioni europee, sarà pari in quanto a scadimento morale nella reazione da parte delle istituzioni europee, alla paura di questi ultimi anni dell'invasione di esseri umani in fuga dal terzo mondo.

CLS

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04/03/2025

La pace attraverso la forza

Dalle dichiarazioni rilasciate da Unione Europea, Gran Bretagna, NATO, Turchia, Canada, Norvegia e Ucraina nel summit che si è svolto domenica 2 marzo a Londra si può trarre la misura del cambiamento che l'Europa, suo malgrado, sta sperimentando. Tutte le voci si sono ritrovate concordi intorno all'obiettivo di ottenere "la pace attraverso la forza". Messa in evidenza al primo punto dei risultati del summit, questa affermazione merita dunque particolare attenzione.

Perché, se può apparire scontata sulla bocca di Trump, per come ormai si è fatto conoscere dal mondo intero, nel caso dell'Europa esige qualche precisazione in più. 

L'Europa, nata dalle macerie della guerra, aveva da subito rinnegato il c.d. hard power, la forza militare a protezione, dissuasione e promozione della propria identità sulla scena globale. Complice anche il '68, ai cannoni si sono preferiti i fiori, e indubbiamente l'Europa ha esercitato verso il resto del mondo quasi un'irresistibile attrazione: per i propri valori, per un modello sociale solidale, per la libertà concessa ad ogni forma di espressione e di identità. Si chiamava soft power ed aveva nella diplomazia economica, culturale e scientifica il suo apice.

E' triste l'Europa costretta a riarmarsi. E' triste anche se i posti di lavoro, è stato detto, saranno riconvertiti nell'industria della difesa. E' triste perché comunque verranno sottratte risorse alla cura del povero fiore avventuratosi tra le fauci del cannone. Il rapporto pubblicato ieri dall'Agenzia europea dell'Ambiente ci dice che, nonostante gli sforzi in tempi non critici, i livelli di inquinamento restano ancora troppo elevati. E l'obiettivo temporale di zero inquinamento al 2030 fa ingresso nell'olimpo della mitologia europea, al fianco della strategia di Lisbona del 2000, che prometteva entro dieci anni di rendere l'Europa l'economia più competitiva a livello globale.

Colpa di Trump? Forse. 

Oppure è colpa di un'inevitabile spirale regolamentatoria, che ha preso il sopravvento per l'assenza di un'autentica integrazione a livello politico e soprattutto sociale, e che, pure con i suoi risvolti troppo onerosi, ha fatto comunque da collante tra 27 paesi sempre sull'orlo di una crisi di identità. 

Ora è il tempo di agire, sentiamo ripetere in questi giorni dai vertici europei. Ma, smantellare in fretta il giogo dell'eurocrazia, giungendo fino a ipotizzare la conversione verso la produzione di armi dei fondi destinati alla coesione europea, che si è sempre fondata sul principio di solidarietà tra aree a diversa velocità di crescita, nasconde un grande pericolo: che in Europa alcuni stati siano più rapidi ed efficaci nella corsa al riarmo; e finiscano per acquisire una posizione egemonica. 

Un film forse già visto...?

CLS

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25/02/2025

Tutti insieme appassionatamente

Tre anni di guerra, centinaia di migliaia di morti, distruzione e miseria di un paese senza grandi speranze; tutto questo non basta, la realtà ci offre lo spettacolo imprevedibile di una convergenza avida di tutti gli attori sul campo intorno al banchetto delle terre rare ucraine. 

Tutti a vario titolo reclamano i soldi, vogliono stabilire un prezzo, la cui stima a posteriori appare sconveniente con le bare ancora schierate prima e più dei carri armati.

Anche l'Europa sente di doversi dotare degli strumenti della contabilità prima che Stati Uniti e Russia si spartiscano tutto.

Davvero l'Ucraiana alla fine deve risolversi in un business di più raffinata fattura rispetto ai grezzi accordi di Yalta del secolo passato?

Ma l'Europa ha fatto di più, ha accolto anche milioni di ucraini in fuga, ribaltando l'inimicizia tra polacchi e ucraini sopravissuta alla fine della seconda guerra mondiale. Lo sforzo europeo è stato, se così si può dire, tridimensionale, rispetto agli aiuti in armi forniti dagli Stati Uniti.

Ma siccome a specchiarsi nell'alleanza americana si rischia ora di ricevere indietro un'immagine deformata, l'Europa fa i conti da sola, con le sue spese per la difesa da aumentare, con le sue armi da acquistare, sopratutto con quelle che le serviranno in futuro e chissà da chi. 

Le tappe per decidere sono ormai fissate: il Presidente del Consiglio UE ha convocato un vertice straordinario il prossimo 6 marzo; sempre a marzo è prevista la presentazione de Libro bianco sulla difesa; infine a giugno, a Bruxelles,  si tireranno le somme, prima alla riunione  della NATO  e poi al Vertice europeo.

Per allora Trump promette che la sventurata guerra in Ucraina sarà conclusa. Ma forse gli europei avranno più paura di prima.

CLS

 

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20/02/2025

L'ombra del passato

Mario Draghi, nel suo intervento due gionri fa al Parlamento europeo, ha messo in scena la celebre frase che nanni Moretti recita all'indirizzo di Massimo d'Alema in uno dei suoi film più famosi: "Dì qualcosa!", con ciò intendendo dire che la sinistra italiana, anche a corto di argomenti propriamente di sinistra, non poteva comunque restare muta nel dibattito cruciale di quegli anni in Italia.

mario Draghi, all'Europa tutta per mezzo dei suoi rappresentanti, alla domanda di cosa l'UE avrebbe dovuto fare adesso, nelle mutate circostanze del presente rispetto ai soli cinque mesi trascorsi dalla pubblicazione del suo report su come l'Europa dovrebbe colmare le distanze con il resto del mondo in termini di competitività, alla domanda su cosa fare oggi, dunque, che la terra del vecchio continente trema  come ai Campi Flegrei, ha risposto: "Non ne ho idea, ma fate qualcosa". L'inazione è fatale come quando uno svenutato alpinista si addormenta in mezzo alla tormenta di neve per non sapere più come tornare indietro.

Ma cosa frena l'Europa? La fede incrollabile nel progresso, che sia scientifico o sociale o morale, la ferma convinzione che una volta raggiunto un traguardo non si possa più tprnare indietro. Ed il traguardo della pace, raggiunto e mantenuto da oltre sessant'anni, ha fatto ritenere che la guerra non possa mai più riapparire nel futuro dei popoli europei. 

Invece, all'improvviso, l'Europa, come Adamo, si scopre nuda. Accerchiata dall'implacabile ritorno del peccato originale, sotto forma di rigurgiti di progetti egemonici sincronizzati a livello globale.

In questi giorni tutto a Bruxelles sembra sospeso. E' stato appena adottato il programma di lavoro della Commissione europea, che di norma segna l'avvio a pieno regime della legislatura, ma le troppe incognite creano incertezza sulla giusta destinazione delle risorse a disposizione, nell'urgenza sempre più palese di dare priorità alla difesa. 

E' triste che l'Europa non solo debba compiangere la sua beata illusione di un futuro sempre più di pace, ma addirittura si veda costretta a ricorrere allo sviluppo dei suoi apparati militari come fonte di crescita del suo prodotto interno lordo. 

E' chiaro che in questo quadro l'opinione pubblica avrà di che stupirsi, se anche su questo fronte non si agisce con rapidità.

Draghi aveva ragione, ma forse, cinque mesi fa,neanche lui immaginava sino a che punto le sue parole sarebbero state profetiche.

CLS

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17/02/2025

Un tempo per la guerra e un tempo per la pace

La storia umana è fluida come la sabbia di una clessidra. Ad ogni apparente conclusione tutto ricomincia, affinché eterno sia l'affanno dell'uomo.

L'Europa ci ha abituati a condsiderarla come un procedere a velocità variabile verso una meta comune: l'integrazione. Ignorando, o ritenendo superata, l'alternanza delle stagioni umane. Due guerre in un secolo, premessa alla fondazione della nuova comunità europea, avrebbero suggerito ai padri fondatori la convinzione che l'amicizia tra i popoli europei non solo è superiore all'odio, ma vale una volta per sempre.

Dalla strategia di Lisbona lanciata nel 2000 all'Europa attuale che si appresta a smantellare i propri apparati regolatori per dare briglia sciolta alle imprese europee e si converte ad un'economia di guerra, in cui l'occupazione non deriva più dalla cura del pianeta, ma dalla sua potenziale distruzione, il racconto dell'Europa è talmente mutato e sovvertito che la mente evoca spontanea la mano invisibile della storia che ha capovolto ancora una volta la clessidra.

In questo nuovo contesto i cittadini europei fanno fatica ad orientarsi. Volti che non mutano mai espressione, o sempre cupi e aggressivi o sorridenti in maniera bislacca, assomugliano più a personaggi del circo che reali, e questo non aiuta a prendere coscienza della realtà e scegliere una direzione. Ci si muove nel surreale. 

Dinanzi a tali scossoni l'Europa continuerà a fare quello che le è proprio per struttura: un movimento incessante dal basso di operose interazioni tra imprese, studenti, insegnanti, cienziati, artisti; e le voci dissonanti dall'alto, che per decidere si devono scomporre per mudulazioni affini.

Gli eventi legati alle guerre in Ucraiana e in Medio Oriente hanno fatto dimenticare che questo doveva essere anche l'anno delle grandi riforme istituzionali, per permettere alla UE di funzionare meglio. A tal fine fu lanciata nel 2020 la Conferenza sul futuro dell'Europa. Proprio quell'obiettivo sembra oggi irraggiungibile, perché non si possono gettare basi nuove di convivenza nel bel mezzo di un terremoto. Eppure, riprendere proprio oggi il dibattito sul futuro dell'Europa sarebbe di giovamento, anche solo per annunciare agli europei che forse, sì, siamo un continete che invecchia e rischia di perdere la memoria, e che dunque non bisogna mai dare per scontato ciò che si ha; e che fare il punto veramente di ciò che si ha, e che si potrebbe perdere, servirebbe a stimolare le giovani generazioni che credono il futuro irreversibile.

CLS

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03/02/2025

L'unione fa la forza (armata)

C'è un risvolto allegorico nella scelta logistica del vertice informale dei leader della UE dedicato alla difesa. La prima volta di un vertice europeo conovocato allo scopo unico di discutere, sia pure in via informale, della difesa dell'Europa.

Il vertice in un primo momento era stato previsto in una sede anomala, se vogliamo: un castello situato a circa 70 chilometri da Bruxelles. Scenario appartato e suggestivo, pressoché precluso ai giornalisti per ragioni di sicurezza e di inadeguatezza degli spazi a disposizone. Praticamente un gabinetto di guerra di passata memoria.

Poi è intervenuto un ripensamento o cos'altro, ed il vertice è stato rilocalizzato nel cuore di Bruxelles, a due passi dalla storica e affascinante Grand Place. probabilmente per ragioni ben più prosaiche, resta il fatto che la vicenda ben si presta a simboleggiare quanto sta avvenendo in Eurorpa al risveglio dall'incubo provocato prima dalla guerra in Ucraina, ora dalle nubi che si vanno ammassando sulla relazione con il principale alleato della NATO.

La difesa, dunque, rompe il tabù che l'aveva tenuta fuori da ogni visione di integrazione a livello europeo, confinata nel perimetro della sovranità dei singoli stati membri, al più introdotta sotto le mentite spoglie delle tecnologie a uso duale; la difesa, quella militare, si insedia prepotente al cuore delle preoccupazioni dei leaders europei. Definitivamente sdoganata come priorità assoluta.

Cosa si può fare di più e meglio, unendo le forze: questo lo scopo del vertice informale, che, in vista dei nuovi scenari mondiali, ha dato occasione ai 27 di raggiungere un consenso ampio nel fornire indicazioni e orientamenti all'Alto Rappresentante per la politica estera Kallas ed al Commissario per la difesa Kubilius, incaricati della elaborazione del futuro Libro bianco sulla difesa.

Con tante sfumature contradittorie, giacché da un lato l'Europa sente l'urgenza di rendersi autonoma sul piano strategico e militare nella prospettiva di dover far fronte ad un eventuale aggressione della Russia ; dall'altro la minaccia di dazi ormai data per scontata potrebbe obbligare gli europei a negoziare con Trump un riequilibrio degli scambi commerciali attraverso l'incremento delle importazioni dagli Stati Uniti di gas liquefatto ed armi.

Compito arduo, se è vero che i leaders europei hanno affermato con chiarezza la loro unità e fermezza nella difesa della Danimarca in caso di violazione delle sue frontiere. E' surreale immaginare di acquistare più armi da chi, con quelle stesse armi, si appresta a dissuadere da ogni forma di resistenza il titolare, secondo il diritto internazionale, della sovranità sulla ricca Groenlandia. 

I tempi comunque non sono brevi. Il Libro bianco non vedrà la luce prima della primavera e sarà discusso al vertice europeo di giugno. nel frattempo tanta acqua sarà passata sotto i ponti. 

CLS

 

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28/01/2025

Europa e NATO allo specchio

Potrebbe risultare surreale l'incontro che avrà luogo oggi tra il segretario generale della NATO Mark Rutte ed il Primo Ministro danese Mette Frederiksen. E' probabile infatti che i due abbiano uno scambio di vedute intorno ad un'ipotesi sconosciuta sino a questo momento: la minaccia, anche solo la minaccia di un atto di forza da parte di un membro della NATO verso un proprio alleato. 

Motivo del contendere un territorio troppo vasto per essere lasciato in mano ad una manciata di abitanti, e soprattutto troppo ricco di risorse un tempo senza valore, ed oggi diventate preziose quanto l'acqua e l'aria.

In effetti nessuno immaginava che il motto del Presidente Trump "Make America great again" signifcasse anche un'espanssione geografica degli storici confini del continente americano. Sarà l'influenza di Musk, che rivendica il diritto di riservarsi un paio di pianeti per quando, novello Noé, condurrà l'umanità a rischio di estinzione su altre dimore spaziali, fatto è che Trump ha cominciato a pensare in grande da subito, sul nostro misero e troppo affollato pianeta.

Il problema è che potrebbe anche farlo a dispetto dei basiti stati europei, che non saprebbero nel caso come reagire; al limite anche con grande rammarico della Cina.Ma proprio l'audace conqusita non potrebbe riuscire senza un qualche tacito accomodamento della Russia, magari scontenta oltremodo per un'uscita disonorevole da oltre tre anni di conflitto in Ucraina.

E allora gli interrogativi su come davverso si riassesteranno gli equilibri di potere delle grandi potenze modniali uscite definitivamente dal recinto confortante del multilateralismo, che a loro dire si è rivelato una trappola, si moltiplicano, si fanno più dilemmatici, s'intrecciano con il difetto di origine del processo di integrazione europea, ossia la dissonanza politica, in particolare sul fronte degli affari esteri.

Domani la Commissione presenterà il documento quadro dei prossimi cinque anni, la c.d. Bussola della competitività, che sulla via indicata da mario Draghi tesserà la trama della politica industriale europea nel prossimo futuro. E' molto attesa in quanto svelerà la distanza che la guerra in Ucraina prima, il ritorno di Trump e le nuove alleanze globali dopo è venuta a crearsi tra il corso dell'Europa sotto il primo mandato della von der Leyen, tutto orientato a salvare il pianeta dalla catastrofe climatica, e l'Europa attuale, che deve fare i conti con la propria sicurezza interna ed esterna.

Confidiamo nella saggezza dei padri per non far ricadere sui nipoti il peso di un'Europa in frantumi.

CLS

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22/01/2025

Quoque tu America

Nel 2007 l'allora cacnellere della Germania Angela Merkel, che di fatto reggeva le sorti non solo del suo paese ma dell'Europa intera, fece un omaggio al Congresso degli Stati Uniti, di cui evidentemente si è persa memoria. Donò un documento di grande valore: la Mappa di Waldseemüller, dove compare per la prima volta il nome America, sebbene riferito al Sudamerica in onore del navigatore Amerigo Vespucci.

Fu un atto simbolico, per rendere viva la riconoscenza del popolo tedesco per quanto gli Stati Uniti avevano fatto durante la seconda guerra mondiale. Ed anche un modo per celebrare un legame che va oltre la storia dello scorso secolo, è la coscienza di un'identità che a partire dal nome si sviluppa attraverso le sponde dell'Atalantico con sempre maggiore intensità dal momento della scoperta del continente amaericano sino ad oggi.

No, sino a ieri. 

Oggi l'Europa, proprio a causa delle miutate relazioni transatlantiche, è costretta a sposare un pragmatismo che sa smarrimento, dopo aver portato nel mondo intero i propri valori ed uno spirito di cooperazione basato sulla lealtà delle regole giuridiche. Ora ognuno vuole fare come gli pare, ed all'Europa tocca compiere le acrobazie per afferrare al volo il vaso che rischia di cadere per terra.

Un povero vaso di coccio in mezzo a botti di ferro. 

Febbraio sarà un mese importante. Sono attese importanti iniziative da parte sia della Commissione europea, che dovrebbe adottare la bussola della competitività per edificare su nuove basi, pragmatiche appunto, l'architettura industriale del vecchio continente, assetata di innovazione ma gravata da troppe lentezze, come ha denunciato Mario Draghi nel suo rapporto. E poi, il 3 febbraio la riunione informale dei leaders europei sulla difesa, organizzata al riparo delle solide mura di un antico castello nei pressi di Bruxelles, elaborerà le linee guida politiche per il futuro libro bianco sulla difesa.

Forse proprio allora nelle menti dei capi di governo, alle prese con condizioni sempre più esclusive per far parte del club della Nato ed un senso strisciante di inimmaginabile tradimento,  risuonerà l'amara esclamazione "Quoque tu America!".

CLS

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10/01/2025

Prima che sia troppo tardi

Quante volte all'Europa è stata mossa l'accusa di essere in ritardo: sull'innovazione, sugli investimenti, su una politica estera comune, sugli accordi commerciali. Altre volte, e soprattutto di recente, le è stato rimproverato di spingersi troppo avanti, di voler a tutti i costi e a suon di norme raggiungere traguardi troppo ambiziosi, che impongono oneri eccessivi su imprese, agricoltori, autorità di regolamentazione. 

A ben vedere tutta una serie di attori minori, quali i lavoratori, i cittadini che vogliono un futuro migliore per i propri figli,  le piante, persino le api, che di quel futuro sono le custodi, si sono rallegrati per un'Europa così caldamente impegnata a loro tutela, ma è durato poco; la realtà brutale di un nuovo ordine mondiale ha richiamato tutti a ripensare l'assetto e le vere priorità dell'Europa.

Non uno, molteplici cavalli di Troia hanno iniziato ad infiltrarsi tra le pieghe delle certezze dell'Europa, che di colpo si scopre abbandonata e tradita dal paese che ha rappresentato un mito per intere generazioni di europei, e che ha sempre fatto da baluardo ad ogni tipo di minaccia.

Un nuovo anno segna l'inizio di una nuova era: quella dell'onnipotenza di Caino.

Pirandello diceva che è più difficile essere galantuomini che eroi. La profonda verità di questa frase sta nell'insegnare che restare fedeli ai propri valori non solo è senz'altro una prova di grande forza e valore, ma nel lungo termine si dimostra più efficace di chi, pur essendo dotato di genio o spregiudicatezza tali da non farlo arretrare dinanzii a nulla, tuttavia al di là di timore e al limite invidia, non suscita altro.

L'Europa, per come la vediamo noi, ha molti limiti, ma un pregio su tutti: si porta dentro, anche suo malgrado, la voce dei secoli; è un campo arato e mietuto infinite volte, ma per questo stratificato contro le scosse telluriche e quindi più resistente.

La nuova Commissione europea dovrà dimostrare sul campo la capacità di ..., ma l'elenco delle sfide è lungo; inoltre rischia di rivelarsi, nell'attuazione concreta, dicotomico e inversamente proporzionale, per cui più competitività per le imprese vuol dire, almeno nel breve termine, meno oneri burocratici e anche meno vincoli ambientali; e più difesa meno welfare sociale. 

Solo un valore non è in competizione con nessun altro ed anzi li rafforza tutti: più unità. 

CLS

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27/11/2024

Le convergenze parallele

Che vi fosse un ponte immaginario che metteva in collegamento il comunismo con il capitalismo nel nome del potere era cosa impensabile ai tempi della egemonia di Stalin. Almeno è quello che abbiamo creduto, pensando che la vera discriminante fosse la conquista della democrazia contro ogni dforma di potere autoritario. Oggi molti si attendono un esito di questo genere guardando al mondo da una prospettiva trasversale. Restare se stessi non fa parte del gioco, purché la corsa sia sempre in salita e non perda mai un colpo. Anche una guerra é utile allo scopo.E' la logica implacabile dell'imperialismo che scavalca ogni ideologia.

Però gli attori sulla scena non sono solo due. Le luci illuminano un altro personaggio, che sarebbe piaciuto molto a Pirandello, lo avrebbe osservato calcare tutto il tempo il palcoscenico in cerca di un'identità non più sua. E' accaduto infatti che nel giorno della storia qualcosa ha fatto cambiare il corso degli eventi, cristallizzandoli su sponde scomode: non più l'idea di progresso da condividere con l'orizzonte vasto di un pianeta da risanare, ma attesa infinita delle mosse dell'altro per poter intuire le proprie e il futuro, forse.

Il futuro è un'onda nera, non ha confini e non concede tempo nella corsa folle dell'innalzamento della temperatura globale. Non si accontenta di faticosi compromessi tra paesi ricchi, in testa l'Europa, e paesi poveri, che per una volta possono pretendere di essere ascoltati. Ma non accontentati, le cifre non colmano la distanza dei bisogni delle diverse parti.

Pirandello sorride, in fondo al teatro, per una volta l'imprevedibile ha un copione prevedibile, salvo oscurarsi quando l'onda nera del futuro si fa troppo alta.

CLS

 

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15/11/2024

Elezione di Trump, un piccolo passo per l'America, un grande passo (indietro) per l'Europa

E' lecito interrogarsi sul futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Le prospettive sono, nella migliore delle ipotesi, problematiche, sul fronte di possibili nuovi dazi, ma non solo.

"L'Europa deve impatare a svilupparsi da sola". Pensiero di molti e parole testuali di Mario Draghi. E l'appello ripetuto da tutti è di restare uniti. Ma solo un'anima unita è capace di procedere senza rattoppi, nella linearità di un cammino condiviso. E l'Europa di un'anima avrebbe un gran bisogno, Jacques Delors lo aveva ben compreso alla vigilia della svolta impressa dal Trattato di Lisbona. 

Tutt'altro sta avvenendo in questi giorni di confuso riassetto dei criteri guida. Eppure tanti, fuori dalle vorticose logiche delle istituzioni europee, si chiedono con semplicità e inquietudine: chi salverà il mondo? Iperbole per significare che guerre, devastazioni climatiche e tecnologie sempre più pervasive obbligano a fare i conti con il timore che l'Europa da sola non possa farcela a difendere valori considerati universali, come i diritti umani, la libertà, il rispetto delle regole tra Stati e sopratutto, la sua svolta all'avanguardia per un impegno concreto in favore del pianeta. Nella scorsa legislatura il vessillo di tanta determinazione prese il nome di Green Deal.

Ora i timori sono che populismi, sovranismi e nazionalismi di diversa ispirazione e matrice trovino infine uno stabile aggancio alla sponda trumpiana; lasciando dall'altra parte del fiume gli eurpeisti convinti. E che l'esito sia un consenso interno sempre più fragile e frammentario.

Ma cosa significa oggi essere un eurropeista convinto? Cosa significa oggi rispetto solo a cinque anni fa, a prima della pandemia, a prima della guerra in Ucraiana? E' urgente avere una risposta, non solo a livello di istituzioni europee e di partiti politici, ma nel sentire comune dei cittadini europei, perchè solo un'anima unita è capace di resilienza. Un recente sondaggio Eurostat pone incima alle preoccupazioni degli europei proprio il clima e le conseguenze imprevedibili del suo cambiamento. E allora essere un europeista convinto poteva dire sino ad oggi battersi per invertire la rotta, assurgendo a modello di rigore e coerenza, com'è giusto che sia quando il tempo non è più dalla tua parte. E' motivo di orgoglio porsi alla testa di una battaglia giusta. 

Ma qualcosa si è messo di traverso. Gli agricoltori, i produttori di auto e poi l'intera comunità industriale europea hanno progressivamente allungato l'elenco di quanti  vogliono la rivoluzione, ma oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.Da ultimo il voto ieri al Parlamento europeo per depotenziare il regolamento sulla deforestazione, con la spaccatura eclatante tra i partiti che sino ad oggi si ritenevano europeisti e uniti, ha dato il colpo di grazia alla credibilità dell'Europa in questa battaglia.

Trump si annuncia emule di se stesso nel disimpegnare gli Stati Uniti da ogni impegno globale per il clima. L'Europa rischia di diventare il simulacro di se stessa serbando l'apparenza, ma non la sostanza di una transizione verde efficace. E allora, chi salverà il mondo?

CLS

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08/11/2024

Daniele nella fossa dei leoni

Al quinto summit internazionale della Comunità politica europea (EPC), che si è svolto ieri a Budapest, a casa del premier Orban, erano presenti quasi tutti i capi di stato e di governo dei 42 paesi che ne fanno parte, inclusi Regno Unito, Turchia e Ucraina. Assenti il premier spagnolo Sanchez, che deve far fronte al post alluvione a Valencia, e il cancelliere tedesco Scholz, alle prese con un terremoto interno di altra natura. 

Zelensky, lui si, era presente, come lo è sempre stato; e per questo Trump lo aveva paragonato ad un venditore, non più di un mese fa. Ora tocca a lui far fronte ad una minaccia esistenziale, quella di ritrovarsi nella fossa dei leoni da solo.

Colpisce il discorso che ha pronunciato ieri in apertura dei lavori. perchè ha usato tinte forti per ricordare a tutti, in primis agli europei, la posta in gioco. Quella oscura profezia che si lega alla presenza di soldati della Corea del Nord sul suolo europeo, col preciso mandato di uccidere ucraini in Europa. E tutto questo va ad aggiungersi ad una decisa intensificazione delle operazioni militari russe. La preoccupante coalizione tra la Russia e la Corea del Nord è in fondo animata dalla stessa logica di Trump, sebbene le intenzioni dovrebbero essere divergenti, e cioè che solo la forza può imporre la pace. Ora questa forza di contrasto, sinora, l'Ucraina ha potuto esibirla grazie al sostegno dell'Occidente, ma ora quella coalizione  potrebbe sfaldarsi sotto i colpi del nuovo corso che vorrà imprimere Trump alla politica estera degli Stati Uniti.

Zelensky non ha usato giri di parole; ha detto chiaramente che fare "concessioni" a Putin in cambio della pace sarebbe inaccettabile per l'Ucraiana, ed un suicidio per l'Europa. Sopratutto perchè, riferita a quest'ultima, sarebbe un segnale imperdonabile di debolezza, tale da svuotare di efficacia qualsiasi approccio alla pace attraverso la forza. No, la pace che insegue Zelensky, una pace giusta come ricorda in ogni sua dichiarazione, richiede sì la forza, ma la forza di non cedere al crimine commesso da Putin con l'invasione dell'Ucraiana e l'occupazione di alcune sue parti. E' facile per il premier ucraino proclamare un 'evidenza: che Putin non ha dato inizio a questa guerra per conquistare più terre, ne ha in abbondanza, ma per conquistare il potere in chiave anti Occidente.

Quindi, una minaccia esistenziale, che l'Eiropa stenta ancora a decodificare nella sua reale portata e nelle conseguenze per il futuro. 

Cita ancora Zelensky gli sforzi che sono stati fatti sul piano diplomatico, nonostante la narrativa prevalente che solo le armi abbiano parlato. E' stata elaborata nei consessi internazionali una Peace Fromula, che punta su temi quali il nucleare, la sicurezza alimentare, la sicurezza energetica, il ritorno dei prigionieri ed altro ancora. Ma, c'è da dire, a poco sono valse, se è mancata ogni colta la condivisione di tali punti con chi - Cina e la stessa Russia - si sono fatti alfieri di un nuovo ordine mondiale.

Ma la guerra, e soprattutto la ricostruzione, si fanno con i soldi. E su questo punto Zelensky ha voluto ribadire che i proventi derivati dai capitali russi congelati in Europa non hanno altra rivendicazione che quella avanzata dall'Ucraina. A poco serve, però se dall'altrolato le sanzioni imposte dall'Occidente a Putin vengono facilmente eluse attraverso transazioni commerciali spesso opache.

Il discorso di Zelensky incontrerà orecchie attente in Europa, ma menti disorientate dal nuovo scenario che irrompe con il ritorno di Trump.  Il suo appello all'unità è la vera sfida esistenziale dell'Europa di domani.

CLS

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18/10/2024

E le stelle (dell'Europa) stanno a guardare

Dalle elezioni europee di giugno è difficile trovare una settimana più densa di avvenimenti e confronti tra l'Europa e il resto del mondo. Gli osservatori e gli analisti fanno fatica a comporre il quadro, tanti sono gli input e le suggestioni che ogni singolo giorno della settimana ha regalato. In sequenza: Primo Summit di cooperazione UE - Paesi del Golfo; Vertice europeo dei capi di stato e di governo; Vertice dei ministri della difesa della NATO. Cui si è aggiunta la notiza ieri dell'uccisione da parte dell'esercito israeliano del leader di Hamas, Sinwar, tra l'altro avvenuta per caso.  

Eppure su tutti un evento brilla di speranza, mentre a Bruxelles le nubi sono di casa come sempre. Si tratta dell'incontro tra Papa Bergoglio e l'ex premier israeliano Olmert e l'ex ministro degli esteri palestine Al -Kidva, che ha avuto luogo ieri in Vaticano.

Si, perchè una lezione emerge chiara da questa concitata settimana a Bruxelles: i vertici dell'Europa sanno parlare ( a vuoto per lo più) di guerra, ma non sanno cercare la pace. A livello diplomatico, sul conflitto in Medio Oriente tante spaccature e distinguo tra i leader europei, che hanno ulteriormente irradiato verso l'esterno la propria frammentazione interna, già ben visibile a seguito della guerra in Ucraina. Ma non una sola iniziativa di dialogo, anche magari  attraverso attori politici fuori dalla scena, ma pur sempre rappresentativi delle loro rispettive comunità.

Come invece ha saputo fare ieri il Vaticano, dando così l'opportunità di portare all'attenzione dell'opinione pubblica almeno un'ipotesi, neanche velleitaria o illusoria, di un nuovo assetto tra Israele e lo Stato palestinese oltre la guerra attuale.

Sembra che in Europa siamo ancora orfani psicologicamente della guerra fredda e ci sentiamo chiamati solo a schierarci con o contro qualcuno, a seconda della posta in gioco. E quando la posta in gioco si riduce a scarti umani in rotta verso le nostre frontiere, allora la coesione fra gli stati europei di colpo si fa compatta e trasversale attorno ad un'unica metafora:  fora de ball.

CLS

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Editoriale
11/10/2024

Si annuncia un Vertice difficile la prossima settimana

Se Israele non riconosce neanche più l'utilità ed il senso della presenza di UNIFIL, diretta emanazione delle nazioni Unite, come forza di interposizione con il Libano, figuriamoci se può prendere in considerazione qualunque iniziativa diplomatica intrapresa dall'Europa. Sarà per questo che ad occupare di più i leader europei è come sempre il tema dell'immigrazione. Con la definitiva presa d'atto che respingere, in certe condizioni, è meglio che soccorrere ed accogliere; e se non si piò respingere, perchè il diritto internazionale lo vieterebbe, allora a quanti arrivano illegalmente gli si riserva la novità del trasferimento forzato in centri di rimpatrio extra UE.

E poi gli accordi, i c.d. partenariati internazionali, molto chiari nelle intenzioni: soldi in cambio di chiari impegni a chiudere le frontiere di quei paesi per impedirne l'emorragia di esseri umani verso le coste europee.

la prossima settimana si svolgerà il Vertice dei capi di stato e di governo, come da prassi in autunno. Un'agenda mai così complessa e uno scenario mai così incerto. Quanto saprà ritrovare di se stessa un'Europa fragile di senso e di valori.? Davvero vorremmo che le contraddizioni e l'ipocrisia non superassero il limite della decenza: se affermi di credere in valori superiori agli interessi non devi fare accordi con il Rwanda per le materie prime critiche, se tali accordi per te vitali si traducono poi in guerre spietate tra bande nel Congo per il commercio illegale di quelle materie. 

Siamo tutti connessi, ma troppo indifferenti. 

CLS

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07/10/2024

Governance mondiale e utopie rivoluzionarie

Si apre la settimana di Strasburgo con il Parlamento riunito in plenaria nel bel mezzo di un'impennata del conflitto in Medio Oriente e mentre, sull'altro fronte, Zelensky annuncia che il 12 ottobre presenterà agli alleati un piano per la vittoria, cone lo ha definito.

Ma tra le pieghe dell'agenda della settimana di plenaria s'intravedono sprazzi di un futuro forse solo vagheggiato, ma comqunue evocato. Infatti martedì, alla presenza dell'Alto Rappresentanto per la politica estera Borrell, so discuterà di governance mondiale e di come trasformarla per stabilire la pace e il rispetto dei diritti umani tra le nazioni. Lo stesso nobile intento che alla fine della seconda guerra mondiale aveva fatto esclamare a Papa Paolo VI ospite dell'Assemblea delle nazioni Unite ( la prima volta di un pontefice) " Jamais plus la guerre. Plus jamais". Quelle parole ebbero un eco profonda, ma solo perché a proncunciarle era una personalità dotata di un carisma profetico unico e certo impraticabile nei palazzi del potere. Incluso quello di Strasburgo. 

Ma ancora di più l'Europa prova a immaginare un futuro di giustizia (!), quando il giorno dopo, mercoledì, discuterà della proposta vagamente rivoluzionaria e di sinistra di tassare i super ricchi, come auspicato dalla Presidenza del G20. Se applicato davvero un tale principio vedrebbe uno spartiacque crearsi tra una minoranza di detentori di ricchezza, ai quali la transizione digitale sta giovando più del dovuto, ma non solo: anche la pandemia, le guerre e via dicendo; e il resto dell'umanità che si smaterializza nella povertà. 

utopie, direbbe qualcuno, ma intanto se ne parla. E chissà che non sia un buon inizio.

CLS

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02/10/2024

L'Europa e il Mediterraneo nel nuovo ordine mondiale

La nuova Commissione a guida von der Leyen, al suo secondo mandato, propone la novità di un portafoglio specifico per il Medieterraneo, affidato a Dubravka Suica, anche lei al suo secondo mandato dopo l'attuale in scadenza che riguarda , tra l'altro, anche la democrazia e lo stato di diritto. Le sue nuove competenze le attribuiscono il compito di vegliare sul rispetto dei valori europei e dei diritti umani nei partenriati con i paesi del Mediterraneo, che in buona sostanza sono finalizzati a impedire l'affluso di immigrati irregolari sulle coste di Italia, Grecia e Spagna.

L'escalation della guerra condotta da Israele contro le organizzazioni terroristiche presenti a Gaza e nel Libano, ed ora inquadrata anche a livello di relazioni tra Stati dopo ll'attacco ieri dell'Iran, si sfogherà inevitabilmente su flussi ingenti di profughi da quelle zone. Sarà il banco di prova per sperimentare l'auspicata sinergia tra commissari con portafogli separati ma contigui.

Ma sarà soprattutto il momento in cui esserci per l'Europa può fare la differenza, dato che sul piano diplomatico ancora una volta l'Europa ha opposto la sua inspiegabile inconsistenza rispetto ai fatti accaduti. Tutti invocano la diplomazia, ma cosa mai avrebbe potuto un'entità politica frastagliata quale l'UE di fronte ad uno Stato, Israele, che fa sul serio come non si vedeva dai tempi della seconda guerra mondiale, quando la categoria del nemico autorizzava il principio "mors tua, vita mea".

Ora l'Europa deve decodificare un'area geografica che non le è pertinente solo per gli aspetti dell'immigrazione o del commercio, ma dove si sta realizzando quel nuovo ordine mondiale di incerta definizione, tranne che nei suoi attori geopolitici, in primis gli Emirati Arabi.

CLS

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27/09/2024

Il killer silenzioso in Europa e nel mondo

All'Assemblea Generale delle nazioni Unite non si trova l'accordo per imporre la pace ai troppi conflitti in atto, ma almeno si è raggiunta l'unità d'intenti per combattere il killer silenzioso responsabile, in maniera diretta e indiretta, nel solo 2021 della morte di quasi 6 milioni di persone: la resistenza agli antibiotici.

Contestualmente l'Alto Rappresentante per la Politica Estera Borrell ribattezzava il massimo organo dell'ONU a presidio della pace mondiale, definendolo Consiglio di Insicurezza. Chiamare le cose con il proprio nome obbliga a riconoscerne la verità di fondo. A nulla infatti, per ora, è valsa la richiesta congiunta da parte della UE ed altri 11 paesi, tra cui Emirati Arabi, Arabia Saudita e Quatar, per un cessate il fuoco in Libano.

Due minacce esistenziali, una invisibile, l'altra sotto i riflettori dei media di tutto il mondo interrogano sul futuro della governance mondiale, da più parti auspicato per far fronte alle autentiche sfide comuni: l'ambiente e la salute, del resto strettamente connesse.

Resta fuori, invece, l'utopia a lungo coltivata sulle ceneri della seconda guerra mondiale che mettendo insieme, allo stesso tavolo,  i king/queenmakers del mondo servisse a frenarne le derive espansionistiche. 

Oggi quell'architettura piramidale è messa in discussione non nel nome di un principio di democrazia paritaria, ma perchè i c.d. grandi della terra , o almeno alcuni di essi, vogliono di nuovo spartirsi il mondo.

E l'Europa che farà?

CLS

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26/09/2024

Quante volte l'Europa si è interrogata sul suo futuro

La prima volta che lo ha fatto in forma partecipata è stato con la Conferenza sul Futuro dell'Europa nel 2021, che avrebbe dovuto essere un grande esercizio di democrazia prospettica, capace di aprirsi al cambiamento e di ascoltare i suoi cittadini. In realtà, considerandola a due anni dalla sua conclusione, si è dimostrata poco più di un'esercitazione in grande stile che, sebbene la minaccia del nemico si sia già fatta avanti, non riesce a tradursi in una concreta mobilitazione.

Oggi, all'inizio di una legislatura e di un nuovo ciclo istituzionale con il rinnovo di tutte le cariche europee, si moltiplicano le voci nel deserto che invano annunciano la necessità di un cambiamento radicale, pena la fine della stessa Europa.

Perché? Contraddizioni interne, mancanza di coesione, frammentazione politica? Le ricette per recuperare competitività o per aumentare le capacità di difesa e l'autonomia strategica sono sul tavolo, ma rischiano di finire nel cassetto. 

Osservando i fatti nella loro evidenza si constata che l'Europa ha fallito o sta fallendo nella missione di stare come torre ferma, baluardo di pace sferzato dai venti di guerra che soffiano da più direzioni. E invece così non è stato. 

Manca una visione europea di pace, perchè mancano ponti con quel resto del mondo, di spropositate dimensioni, che affrancatosi dal giogo coloniale, oggi si riversa ai confini dell'Europa in cerca di un futuro. e l'Europa che fa? Si organizza per "intercettare" quella massa scomposta di umanità in fuga e rispedirla indietro. In questo modo i tanri canali di sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo, in particolare dell'Africa, e le tante iniziative per stabilire relazioni di collaborazione vengono ad essere ricoperte dalla rappresentazione distorta e infamante di un continente vecchio, ricco e indifferente; paradigma di una nuova forma di colonialismo. 

Si corre ai ripari. Si moltiplicano le dichiarazioni di una cooperazione alla pari, win-win, per non dover ammettere che oggi siamo noi, i ricchi europei, ad avere bisogno delle materie prime critiche custodite nella cassaforte africana. 

Siamo alla vigilia di cambiamenti, chissà se radicali o tali da accelerare le più pessimistiche visioni del futuro. 

CLS

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09/07/2024

La cultura dello scarto rivestita di buone intenzioni

A primo sguardo si è portati ad apprezzare quella che è l'altra faccia della medaglia quando si parla di immigrazione. Non soltanto un progressivo scivolamento verso politiche di chiusura e respingimento, talché si parla oggi di Europa fortezza, ma anche la lodevole volontà di stabilire con i paesi terzi dei partenariati per consentire l'ingresso di talenti in linea con i bisogni del mercato del lavoro europeo. 

A tale logica risponde il programma "Sostenere un partenariato per le competenze con il Bangladesh", lanciato ieri.

Eppure qualcosa stona, in questo quadro. Sarà perchè le encicliche papali degli ultimi anno tante volte ci hanno messo di fronte al dramma della cultura dello scarto che avvelena le nostre società, fatto sta che proprio non si riesce a mettere a confronto, da un lato la ricerca di talenti da "rubare" ai paesi terzi, venendo tuttavia incontro ad un legittimo desiderio di tante persone di cercare una vita migliore altrove mettendo a frutto le proprie competenze, con la benedizione dei rispettivi governi, e il modello Ruanda, o Albania se preferite, sempre più sdoganato a livello europeo e non più di singoli stati, per risolvere il probelma ingombrante di quanti giungono in Europa non invitati e per nulla graditi a causa della condizione di povertà economica e formativa.

Cosa altro è tutto questo se non cultura dello scarto? Salvo non nascondere la polvere sotto il tappeto, come fatto fionora nei centri di detenzione e vari hotspot, ma spostare lo smaltimento degli scarti oltre le frontiere della UE, anche il più lontano possibile, se necessario.

Tanto sono solo esseri umani.

CLS

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